Medio Oriente: chi ci guadagna dal possibile rinvio delle elezioni palestinesi?

Secondo un membro del comitato dell'Olp è cruciale che le elezioni si tengano nella Città santa

La risposta di Israele alla richiesta dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di far votare circa 90 mila palestinesi di Gerusalemme est nei seggi elettorali della città in vista del voto del 22 maggio potrebbe decidere il destino delle consultazioni, le prime dopo 15 anni. Il comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha detto, in occasione di una riunione tenuta domenica scorsa, 18 aprile, che non è possibile tenere elezioni legislative senza garantire il voto a Gerusalemme, mentre ieri sera, 19 aprile, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, ha ribadito l’impegno a svolgere le elezioni nella data fissata.



Secondo un membro del comitato dell’Olp, Ahmed Majdalani, citato dal quotidiano panarabo “Asharq al Awsat”, è cruciale che le elezioni si tengano nella Città santa, in base al protocollo siglato nel 1995 con Israele. “Israele non ha risposto alla nostra lettera al riguardo, affermando che non c’è nessun governo israeliano che possa autorizzare lo svolgimento di elezioni, e questa è una risposta esplicita: non si possono svolgere elezioni”, ha detto l’ufficiale palestinese. D’altra parte Abbas, presiedendo ieri sera il comitato centrale del gruppo Fatah, ha ribadito la sua intenzione di proseguire i contatti con attori internazionali, per fare pressioni su Israele affinché consenta lo svolgimento delle elezioni in base ad accordi siglati in passato.

Alle elezioni del prossimo 22 maggio si sono registrate ben 36 liste, di cui quelle legate ai movimenti rivali Fatah e Hamas hanno maggiori opportunità di prevalere sulle altre. Sebbene il presidente palestinese Abbas abbia promesso di svolgere le elezioni, a cui parteciperanno circa 2,5 milioni di elettori, le restrizioni israeliane sul voto a Gerusalemme potrebbe offrire il pretesto a Ramallah, quindi al partito Fatah, di mantenere lo status quo, anche considerando che i sondaggi prevedono una perdita di potere del partito. Quest’ultimo, infatti, si è presentato con tre diverse liste al voto, una delle quali capeggiata da Marwan Barghouti, leader della seconda intifada che attualmente è detenuto nelle carceri israeliane. La scissione interna di Fatah potrebbe, quindi, mettere in discussione la supremazia di Abbas, divenuto sempre più impopolare, a vantaggio di Hamas.



La mancata riposta di Israele sulla concessione del voto ai palestinesi di Gerusalemme est ha un’importanza simbolica per le rivendicazioni sulla città santa e, parallelamente, offre all’Anp la possibilità di congelare la situazione attuale. Secondo un’analisti del quotidiano “Abc news”, il partito palestinese Hamas, considerato un movimento terroristico da Israele, sarebbe candidato alla vittoria, pertanto il governo di Gerusalemme potrebbe accogliere con favore un eventuale rinvio del voto. Tuttavia, l’annullamento del voto potrebbe infiammare la situazione nella città, che negli ultimi giorni ha visto numerosi scontri. In definitiva, l’annullamento del voto consentirebbe a Fatah, quindi all’Anp che di recente ha riavviato la cooperazione nel settore della sicurezza con Israele, di mantenere il potere e allo Stato ebraico permetterebbe di non dover gestire una situazione caratterizzata dal controllo di Hamas sui Territori palestinesi, mentre attualmente è confinato alla Striscia di Gaza.

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