Oggi elezioni presidenziali a Gibuti, Guelleh verso il quinto mandato

Le elezioni presidenziali vedono il capo dello Stato uscente come il grandissimo favorito

Ismail Omar Guelleh

Sono iniziate le operazioni di voto a Gibuti, dove oggi si tengono le elezioni presidenziali che vedono il capo dello Stato uscente, Ismail Omar Guelleh, come il grandissimo favorito. Nel piccolo ma strategico Paese del Corno d’Africa, infatti, il 73enne Guelleh – che corre per un quinto mandato – è l’uomo forte del Paese da ormai più di due decenni e la sua presa sul potere non è stata mai messa seriamente in discussione fin da quando, nel 1999, subentrò a suo zio Hassan Gouled Aptidon, primo presidente gibutino eletto dall’indipendenza del Paese dalla Francia, avvenuta nel 1977. A sfidare il capo dello Stato, senza grosse speranze, sarà il neofita della politica Zakaria Ismail Farah, 56enne uomo d’affari specializzato nell’importazione di prodotti per la pulizia, che sarà il suo unico rivale dopo che i tradizionali partiti di opposizione hanno deciso di boicottare le elezioni. Guelleh, affiancato dalla moglie e dai funzionari del governo, ha concluso mercoledì scorso la sua campagna elettorale in uno stadio gremito di sostenitori del l’Unione per la maggioranza presidenziale (Ump), il partito al potere. “Così come vi vedo oggi in gran numero, sono sicuro che accorrerete in gran numero anche ai seggi elettorali”, ha detto Guelleh rivolgendosi ai suoi sostenitori.



Quello per cui corre Guelleh sarà il suo ultimo mandato, in base ad una riforma costituzionale approvata nel 2010 che ha abolito i limiti di mandato ma introdotto un limite di età di 75 anni, il che – per lo meno in linea teorica – lo escluderà dalle future elezioni essendo prossimo a compiere 73 anni. Il candidato di opposizione Farah – che ha dovuto rinunciare alla sua doppia cittadinanza francese per partecipare alla corsa elettorale – da parte sua ha tenuto delle piccole manifestazioni prima di annullare le altre previste nei dieci giorni precedenti il voto, lamentandosi del fatto che non gli siano stati offerti servizi di sicurezza adeguati per lo svolgimento dei raduni. Lo sfidante, che si è definito il “portabandiera dei poveri”, è apparso con i polsi legati e la bocca fasciata il mese scorso in una delle sue manifestazioni per protestare contro “la disparità di trattamento” da parte delle autorità elettorali.

Gibuti è un Paese in gran parte desertico ma situato in una posizione geografica strategica, sulle sponde del mar Rosso e lungo una delle rotte commerciali più trafficate del mondo, all’incrocio tra l’Africa e la Penisola arabica e a breve distanza dallo Yemen dilaniato dalla guerra. Sotto la presidenza di Guelleh, Gibuti ha sfruttato questo vantaggio geografico investendo molto in porti e infrastrutture logistiche, sebbene il Paese abbia assistito parallelamente a una progressiva erosione della libertà di stampa e ad un giro di vite sul dissenso man mano che apriva le porte alla presenza – militare ed economica – straniera. Nel 2020 il capo dello Stato ha peraltro dovuto affrontare un’insolita ondata di proteste dell’opposizione, tutte brutalmente represse, dopo l’arresto di un pilota dell’aeronautica militare che aveva denunciato la discriminazione e la corruzione basate sui clan. Inoltre, la polizia ha interrotto diverse proteste spontanee contro il quinto mandato di Guelleh nel periodo precedente le elezioni.



Gibuti, che ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1977, è rimasto negli anni sostanzialmente stabile in una regione spesso travagliata, attirando potenze militari straniere come Francia, Stati Uniti e Cina – ma anche l’Italia, che vi è presente con 117 militari e 18 mezzi terrestri impiegati presso la Base militare italiana di supporto (Bmis) fornendo supporto logistico alle attività antipirateria, nonché al personale italiano impiegato in Somalia – per stabilirvi le loro basi. Nel 2018 il Paese, con l’obiettivo di diventare un “hub” commerciale e logistico per l’intera regione, ha inoltre avviato la prima fase di quella che sarà la più grande zona di libero scambio dell’Africa, finanziata dalla Cina. Il gigante asiatico – che vede Gibuti come una parte fondamentale della sua iniziativa infrastrutturale globale Nuova via della seta (“Belt and Road Initiative”) – ha anche finanziato la costruzione di una ferrovia che collega Gibuti alla capitale dell’Etiopia, Addis Abeba.

Contrariamente alla vicina Somalia, Gibuti è sempre rimasto sostanzialmente stabile e impermeabile alle infiltrazioni terroristiche, tranne in sporadici casi come quello del ​​24 maggio 2014, quando una doppia esplosione suicida in un ristorante frequentato da occidentali provocò la morte di tre persone. L’attentato fu rivendicato dal gruppo jihadista somalo al Shabaab che proprio di recente, in vista delle elezioni del 9 aprile, è tornato a minacciare Gibuti lanciando un appello a condurre attacchi contro gli “obiettivi militari occidentali” nel Paese. In un audio diffuso sui canali di propaganda del gruppo, il leader di al Shabaab, Ahmed Omar Abu Ubaydah, ha inoltre accusato le autorità di Gibuti di voler trasformare il Paese in una base militare “da dove pianificare la guerra contro i musulmani in Africa orientale” e ha invitato i suoi militanti a “portare a termine singole operazioni di martirio del lupo solitario per espellere i francesi e gli americani”. “Rendete gli interessi americani e francesi a Gibuti la massima priorità dei vostri obiettivi”, recita l’audio, secondo quanto riporta il sito somalo “Garowe Online”. Abu Ubaidah ha quindi aggiunto che al Shabaab è pronto a offrire “rifugio sicuro” e a “preparare e addestrare” coloro che desiderano migrare da Gibuti se non possono adempiere al loro “obbligo individuale del jihad”.

Le minacce sono state prese sul serio dal Comando Usa per l’Africa (Africom), il cui portavoce Christopher Karns ha dichiarato che al Shabaab “rimane una minaccia persistente agli interessi degli Stati Uniti in Africa orientale” e che “questo è il motivo per cui resta importante applicare una continua la pressione sulla rete di al Shabaab e isolare la minaccia che presenta alla regione e non solo”. Africom ha una base a Gibuti da dove le truppe vengono addestrate e dispiegate in luoghi strategici a sostegno dei governi alleati. La Somalia è una beneficiaria del programma di addestramento Africom, tuttavia le truppe statunitensi hanno annunciato il loro ritiro dal Paese alla fine del 2020 e lo hanno completato a gennaio in seguito ad un ordine esecutivo dell’allora presidente Donald Trump, tuttavia Africom continua a condurre raid aerei in Somalia.

 

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