Rimosso l’ambasciatore birmano a Londra, altri 20 manifestanti uccisi in Myanmar

Il diplomatico appoggiava il governo deposto dal golpe militare. In Myanmar il numero delle vittime sale a 600

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Il Regno Unito ha confermato di non poter più riconoscere l’accreditamento dell’ambasciatore del Myanmar a Londra, Kyaw Zwar Minn, dopo che la giunta militare al potere a Naypyidaw ha emesso una notifica formale che ne annuncia la rimozione dall’incarico. Secondo quanto riferiscono fonti del ministero degli Esteri britannico, il rappresentante diplomatico è stato rimosso dall’incarico per il sostegno espresso nei confronti del governo deposto dal golpe militare del primo febbraio scorso. L’ambasciatore birmano a Londra ieri sera è stato chiuso fuori dalla sua sede diplomatica nel quartiere di Mayfair, nella zona occidentale della capitale britannica.



Ieri diversi media hanno dato notizia di almeno sette manifestanti anti-golpisti uccisi nelle proteste. I siti d’informazione “Mizzima” e “Irrawaddy” hanno precisato che cinque manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza nella città di Kale, nel nord-ovest del Paese, mentre il portale “Myanmar Now” ha parlato di due vittime a Bago, nei pressi di Yangon. Secondo gli attivisti dell’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici (Aapp), sono 581 in totale le persone uccise dopo il colpo di stato. Altre 3.500 sono state arrestate, 2.750 delle quali si trovano ancora nelle carceri nazionali. Il Movimento per la disobbedienza civile (Cdm) sta continuando la sua lotta bloccando le attività di ospedali, scuole, cantieri, uffici e fabbriche. Il capo della giunta militare, Min Aung Hlaing, ha accusato il Movimento di distruggere economicamente il Paese.

Intanto sono oltre 600 le persone che hanno perso la vita in Myanmar a causa della sanguinosa repressione delle proteste contro il colpo di Stato militare dello scorso primo febbraio. Lo indica l’Associazione di assistenza ai prigionieri politici (Aapp) dopo i 20 morti registrati ieri nelle regioni di Sagaing e Bago, rispettivamente nel centro e nel sud del Paese. La maggior parte delle vittime si è avuta nella città di Kalay, dove fonti mediche citate dal portale “Myanmar Now” hanno confermato l’uccisione di almeno undici persone durante la carica delle forze di sicurezza contro un sit-in di protesta. A Taze, ieri pomeriggio, alter sette persone hanno perso la vita in scontri con le forze della giunta militare. Si tratta delle prime vittime registrate in città: gli incidenti sono stati preceduti dall’arrivo di un centinaio di soldati in sei veicoli militari nella giornata di martedì 6 aprile.



Sempre nella giornata di ieri un gruppo di attivisti ha dato alle fiamme una fabbrica cinese e bruciato una bandiera della Repubblica popolare. La Cina è considerata il principale sponsor della giunta militare che ha preso il potere in Myanmar e i suoi interessi economici sono già stati oggetto di attacchi il mese scorso, quando sono state date alle fiamme 32 fabbriche cinesi. Ieri mattina è scoppiato un incendio all’interno della fabbrica di abbigliamento Joc di Yangon, di proprietà di una società cinese. Non è chiaro se vi siano feriti e quale sia l’entità dei danni. In un altro quartiere di Yangon, capitale commerciale del Paese, un gruppo di attivisti ha dato fuoco a una bandiera cinese: l’episodio è stato immortalato da una serie di foto che sono state condivise sui social. Sempre ieri mattina il capo della giunta militare, Min Aung Hlaing, è intervenuto con un comunicato nel quale accusa il Movimento per la disobbedienza civile (Cdm) di distruggere il Paese bloccando le attività di ospedali, scuole, cantieri, uffici e fabbriche. “Ci sono proteste anche in altri Paesi vicini, ma non distruggono l’economia. Quella del Cdm è un’attività che distrugge il Paese”, ha affermato il generale.

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