Sahel: il contingente italiano in partenza per la Task Force Takuba

La missione è una delle più moderne e articolate a cui l’Italia abbia mai partecipato: ecco cosa prevede

task force takuba

Come confermato ieri dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, in un’audizione davanti alle commissioni Difesa di Senato e Camera, è prevista per oggi la partenza della prima “aliquota” di personale italiano nell’ambito della partecipazione alla Task Force europea Takuba, lanciata nel gennaio 2020 dal presidente francese Emmanuel Macron con l’obiettivo di addestrare le forze locali e il controllo del territorio per il contrasto ai fenomeni di terrorismo, traffico illecito e insorgenza. La partecipazione italiana, approvata dal parlamento nel giugno scorso, si articolerà – come affermato dallo stesso Guerini – su assetti elicotteristici per il trasporto e l’evacuazione medica e unità di addestratori in accompagnamento alle forze locali che opereranno di concerto ai contingenti degli altri partner internazionali e della Forza congiunta dei G5 Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso), e avrà lo scopo di riaffermare l’impegno italiano nel Sahel e di rafforzare ulteriormente il ruolo del nostro Paese in un’area considerata il fulcro dell’arco di instabilità che va dalla Libia, e quindi dalle coste del Mediterraneo, al Golfo di Guinea. Una strategia, quest’ultima, che sarà attuata “perseguendo un bilanciamento dei ruoli rispetto a Parigi, che fino ad ora ha dettato con la propria agenda, le strategie di sicurezza nell’intera regione”, come dichiarato dallo stesso ministro nel corso di una precedente audizione.



Stando a quanto appreso da “Agenzia Nova”, il primo contingente di uomini inviati dall’Italia dovrebbe stanziarsi inizialmente nell’area di Menaka (non lontano dal confine con il Niger), dove è presente una base avanzata temporanea dell’operazione a guida francese Barkhane, mentre un altro gruppo dovrebbe arrivare sul posto entro la fine di marzo: l’effettiva operatività della missione (Full Operation Definition) dovrebbe invece essere raggiunta entro la fine dell’anno. Secondo fonti consultate da “Nova”, inoltre, la missione non prevede alcun impiego di forze speciali. L’hub logistico dovrebbe tuttavia restare Niamey, già base della Missione bilaterale di sostegno alla Repubblica del Niger (Misin), dove sarà costituito probabilmente un comando di area con un comandante che avrà alle sue dipendenze il personale della task force. La missione, sostengono le stesse fonti, è una delle più moderne e articolate a cui l’Italia abbia mai partecipato: il suo scopo è infatti prima di tutto quello di coadiuvare le forze di difesa locali nel contrasto al terrorismo, ma prevede anche il sostegno alla popolazione locale e alle comunità e, in questo senso, si tratta di un’operazione basata su di un concetto operativo moderno, ovvero cercare di arginare flussi migratori e terrorismo attraverso tutta una serie di piccoli obiettivi che concorrano a procurare effetti che avvicinino all’obiettivo finale.

Come previsto dal decreto missioni approvato a giungo dal parlamento italiano, il dispositivo nazionale prevede l’impiego di assetti aeroterrestri a supporto delle operazioni, fra cui 20 mezzi e materiali terrestri e otto mezzi aerei, per un numero massimo di 200 unità di personale. Inoltre la missione necessita di un fabbisogno finanziario di 15.627.178 euro, di cui 5 milioni di euro per obbligazioni esigibili nel 2021. La presenza di altre missioni internazionali nell’area, sia bilaterali – fra cui la missione Misin in Niger, approvata dal parlamento nel 2018 – sia in ambito Onu e Ue, porterà ad una progressiva integrazione delle attività di concorso, addestramento e supporto a favore delle forze di sicurezza locali: in tal senso, il documento prevede la possibilità di “supporti associati da e per le altre missioni insistenti nell’area”, così come “gli assetti nazionali, integrati all’occorrenza da unità delle forze speciali, potranno essere eventualmente impiegati a supporto delle attività di tali missioni”. La task force sarà inizialmente a comando francese ma è probabile che si opterà per una rotazione semestrale del comando tra i Paesi aderenti.



Concepita per la prima volta in occasione del vertice G5 Sahel di Pau del gennaio 2020, la Task Force Takuba – che in lingua tuareg significa “Spada” – è stata lanciata ufficialmente il 28 marzo 2020 in occasione di una videoconferenza in cui i rappresentanti di Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Mali, Paesi Bassi, Niger, Norvegia, Portogallo, Svezia e Regno Unito hanno concordato di impegnarsi ad attuare ulteriori sforzi per superare la “resilienza dei gruppi terroristici”, assistendo gli eserciti regionali nella lotta contro i gruppi armati e integrando gli sforzi compiuti dall’operazione francese Barkhane (che dispone al momento di oltre 5 mila uomini) e dalla forza congiunta regionale del G5 Sahel, composta da truppe di Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. La nuova task force opererà nella regione di Liptako, nota anche come l’area dei “tre confini” (tra Burkina Faso, Niger e Mali) e per essere una delle roccaforti dei combattenti legati allo Stato islamico.

Nelle intenzioni di Parigi la Task Force Takuba, concepita per essere uno dei quattro pilastri della Coalizione per il Sahel – il primo di carattere strategico e militare, il secondo riguardante l’addestramento degli eserciti saheliani, il terzo volto alla ricostruzione delle istituzioni e dell’amministrazione statale, il quarto dedicato allo sviluppo – risponde in realtà soprattutto alla volontà nel lungo termine di rivedere le modalità della presenza militare francese e internazionale nel Sahel. Non a caso, in occasione dell’ultimo vertice G5 Sahel che si è svolto a N’Djamena il 15 e 16 febbraio scorsi, Macron ha tenuto a ribadire la necessità di “ampliare la dimensione collettiva per avere una coalizione internazionale”, sottolineando che in relazione alla forza militare Takuba “mai così tanti” rappresentanti di Paesi esteri hanno partecipato al vertice: oltre a Francia, Svezia, Estonia, Paesi Bassi, Danimarca e Italia, ha precisato, ci sono state “proposte di adesione volontarie” per unirsi alla forza Takuba da parte di Serbia, Grecia, Marocco, oltre all’attenzione dimostrata dal segretario di Stato Usa, Antony Blinken.

In futuro, ha quindi precisato Macron, si terranno delle riunioni di aggiornamento settimanali sulle attività della coalizione, con una nuova riunione prevista in primavera e il vertice della coalizione sui finanziamenti prima dell’estate. Il capo dell’Eliseo ha inoltre sottolineato l’obiettivo di lavorare con i Paesi partner per “un’evoluzione” della presenza militare, facendo riferimento ad un'”internazionalizzazione” della lotta alla minaccia jihadista nel Sahel. Parlando dell’operazione Takuba, Macron ha affermato che l’obiettivo è quello di arrivare a 2 mila militari, con un “pilastro francese di circa 500 uomini” e con una cooperazione con gli eserciti della regione. “Non lo faremo subito ma è così che la proietto nel tempo”, ha aggiunto. Nel corso del vertice di N’Djamena, inoltre, è stato argomento di discussione anche la proposta del presidente ciadiano Idriss Deby di richiedere un mandato Onu per la coalizione, ai sensi del capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite che consentirebbe di fatto l’accesso ad un finanziamento strutturato e continuo.

Il Sahel è stato teatro negli ultimi anni di una recrudescenza spaventosa di violenze jihadiste che, unite alle ricorrenti calamità naturali e alla recente pandemia di Covid-19, fa della regione una delle aree più insicure al mondo. Secondo le stime delle Nazioni Unite, gli attacchi sono aumentati di cinque volte in Burkina Faso, Mali e Niger dal 2016, mentre nel solo 2019 sono morte oltre 4 mila persone, un netto incremento rispetto ai numeri di tre anni fa, quando le vittime erano state circa 770. La situazione è drammatica soprattutto in Burkina Faso, dove i morti sono passati da 80 nel 2016 a circa 1.800 nel 2019. A ciò si sono inoltre aggiunti degli inediti focolai di protesta che, se in alcuni Paesi hanno portato a un vero e proprio “cambio di regime” – è il caso del Mali, dove nell’agosto 2020 un colpo di Stato militare ha estromesso dal potere il presidente Ibrahim Boubacar Keita –, in altri stanno mettendo a dura prova la stabilità che ha tradizionalmente caratterizzato la loro storia recente: è il caso del Senegal, dove l’arresto e l’incriminazione del leader dell’opposizione Ousmane Sonko (accusato di stupro) sta fungendo da catalizzatore di un malcontento sociale diffuso soprattutto tra le fasce più giovani delle popolazioni urbane per via delle difficoltà economiche, aggravate dalla pandemia di Covid-19, malcontento che si sta incanalando sempre più contro il presunto favoritismo governativo per le imprese straniere, in particolare francesi.

Il Senegal è considerato relativamente protetto dal suo islamismo moderato, il sufismo, con leader rispettati e piuttosto allineati con i governi in carica. Tuttavia, negli anni sono cresciute le occasioni di diffusione del messaggio salafista, anche attraverso Internet, rivolto alla stessa popolazione – giovane e relativamente istruita – di riferimento di Sonko. Inoltre, una cellula affiliata ad al Qaeda è stata smantellata a gennaio a Kidira, vicino alla frontiera e sull’asse tra le due capitali del Mali e del Senegal, Bamako e Dakar. Tutto questo porta diversi osservatori a temere che quanto sta accadendo in Senegal possa essere indicativo del rischio di un’estensione della zona di crisi del Sahel fino alle sponde dell’Oceano Atlantico, che a sua volta potrebbe alimentare ulteriori pressioni migratorie verso il mar Mediterraneo e l’Europa.

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