Sahel: la Francia teme il rafforzamento dell’influenza russa nella regione

L'instabilità in Ciad, Mali e Niger preoccupa Macron

A fronte di una consolidata presenza francese, negli ultimi anni la regione africana del Sahel ha visto altre potenze farsi avanti con l’obiettivo di penetrare in un’area di crescente importanza strategica, cerniera geografica fra il Nord Africa e l’Africa sub-sahariana e ormai da anni teatro di una recrudescenza jihadista che l’ha trasformata nel nuovo epicentro del terrorismo globale. È alla luce di questi fattori che il Sahel è diventato, specie negli ultimi anni, meta ambita degli interessi di potenze straniere che puntano a scardinare la tradizionale influenza francese, quest’ultima resa ancor più evidente dopo l’avvio, nel 2014, dell’operazione Barkhane (a sua volta subentrata all’operazione Serval in Mali) che vede al momento impegnati oltre 5 mila uomini. Più che la Cina, la cui penetrazione economica nel continente africano è più evidente in altre aree quali l’Africa orientale e australe, è in particolare la Russia che sta assumendo sempre più un ruolo di “competitor” nei confronti degli interessi francesi nel Sahel. Per meglio capire il perché vale la pena ricordare alcuni avvenimenti significativi che hanno interessato la regione negli ultimi mesi.



Il 31 marzo a Niamey, capitale del Niger, è stato sventato un tentativo di colpo di Stato a soli due giorni dall’investitura del neo-presidente Mohamed Bazoum, considerato un alleato di ferro della Francia e in perfetta continuità con il predecessore Mahamadou Issoufou. Il tentato golpe, sebbene fallito, ha fatto emergere dei segnali di incrinatura del sistema di influenze francese. Segnali emersi con ancor più evidenza poche settimane dopo con l’avvio – lo scorso 11 aprile – di un’offensiva ribelle nel nord del Ciad guidata dal Fronte per l’alternanza e la concordia del Ciad (Fact), gruppo proveniente dal sud della Libia dove i suoi combattenti hanno ricevuto l’addestramento dei miliziani del generale libico Khalifa Haftar e che – nonostante la sua smentita – secondo diversi esperti godrebbe dell’appoggio dei mercenari della compagnia privata russa Wagner. Sebbene ormai siano fortemente indeboliti sul campo, i ribelli sono inoltre riusciti lo scorso 19 aprile ad uccidere in uno scontro a fuoco il presidente ciadiano Idriss Deby Itno, altro uomo chiave del sistema di controllo francese del Sahel. La notte tra il 24 e il 25 maggio, infine, un gruppo di militari del Mali guidati dal colonnello Assimi Goita – già mente del precedente colpo di Stato che nell’agosto 2020 portò alla destituzione del presidente Ibrahim Boubakar Keita – ha organizzato con successo un altro golpe che è stato condannato con forza dal presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha chiesto sanzioni europee contro i golpisti. Vale poi la pena di sottolineare che venerdì scorso, 28 maggio, alcune centinaia di dimostranti si sono radunati di fronte all’ambasciata russa a Bamako, la capitale del Mali, chiedendo l’intervento della Russia – Paese che ha contribuito ad addestrare diversi membri della giunta golpista maliana – e la cacciata dei militari francesi.

Dal nuovo colpo di Stato in Mali la Russia può trarre vantaggio non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico, riducendo l’influenza della Francia nella regione. La Federazione Russa ha iniziato ad essere attiva in Mali anche prima del primo colpo di Stato dell’agosto 2020: già durante le proteste antigovernative a Bamako nell’estate del 2020, infatti, erano apparsi bandiere e manifesti che esprimevano gratitudine per la “solidarietà” da parte di Mosca, mentre due degli autori del golpe – Malik Diau e Sadio Camara – sono rientrati nel loro Paese una settimana prima del colpo di Stato, dopo quasi un anno di addestramento ricevuto a Mosca. La Russia ha inoltre, fin da subito, sostenuto la giunta militare salita al potere in Mali e ha inviato un rappresentante speciale a Bamako, mentre l’ambasciatore russo ha incontrato quasi immediatamente i golpisti. La Federazione Russa è peraltro in grado di influenzare la posizione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che non a caso si è limitato finora a sostenere la mediazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), senza comminare sanzioni alla giunta di Bamako. Va infine ricordato che il Cremlino può vantare degli “amici” nell’arena politica e tra i civili del Mali, come nel caso di Umar Mariko, leader del partito Unità africana per la democrazia e l’indipendenza (a sua volta membro della coalizione di opposizione M5-Frp), il quale nel 2018 ha visitato la parte del Donbass occupata dai russi e ha promesso di aprire un ufficio di rappresentanza dei militanti filo-russi in Mali nel caso in cui fosse diventato presidente.



La forte instabilità nei Paesi del Sahel provoca gravi preoccupazioni in Francia, Paese la cui industria nucleare – 58 reattori atomici installati – dipende in buona parte dalle forniture di uranio provenienti da tre miniere situate in Niger e in Mali. La Francia ha inoltre alcune migliaia di militari presenti nell’area – oltre alla già citata operazione Barkhane, è operativa da qualche mese la task force multilaterale Takuba, che prevede anche l’impiego di circa 200 militari italiani) – e ha da tempo chiesto l’invio di un contingente italiano in Niger, nella cui capitale Niamey sono presenti circa 300 dei nostri militari. Ciò nonostante, Parigi non sembra più essere in grado di controllare la situazione: è anche per questo motivo, quindi, che Macron sembrerebbe sempre più orientato ad appianare i contrasti con l’Italia. La situazione nel Sahel è stata, del resto, al centro di un incontro avvenuto tra il capo dell’Eliseo e il presidente del Consiglio, Mario Draghi, a margine dell’ultimo Consiglio europeo della scorsa settimana. E non può essere considerato un caso se nella conferenza stampa tenuta a conclusione del vertice Ue Draghi abbia usato parole dure nei confronti di Mosca, denunciandone le ingerenze e affermando che l’Unione deve far valere la propria forza economica.

La presenza russa nel Sahel è forte da anni soprattutto in Mali e Burkina Faso, attraverso accordi di cooperazione militare e sugli armamenti. In teoria, gli obiettivi russi e francesi in questa parte dell’Africa sono simili: entrambi i Paesi dichiarano infatti il loro sostegno alle autorità locali, alla lotta al terrorismo e alla cooperazione allo sviluppo, tuttavia l’offerta russa potrebbe essere un’alternativa maggiormente allettante per i governi africani poiché Mosca è più focalizzata sulla stabilità e sull’unità del potere che sulla riconciliazione interetnica, mentre l’approccio francese incoraggia la democratizzazione, le elezioni regolari e il consenso. Inoltre la Francia, a differenza della Russia, è vista spesso come una potenza oppressiva soprattutto dalle popolazioni del Mali (come si è visto con le proteste della scorsa settimana a Bamako), del Burkina Faso e della Repubblica Centrafricana, per via della memoria collettiva sul passato coloniale francese. A ciò va aggiunto che le truppe francesi nel Sahel sono spesso accusate dai locali di inefficacia e di favorire le forze irredentiste, come nel caso dei tuareg nel nord del Mali. La penetrazione russa nel Sahel, già evidente in altri teatri come quello della Repubblica Centrafricana (Rca), preoccupa non poco Parigi. È per questo motivo che nel 2019 il presidente Macron ha avviato un dialogo franco-russo volto a migliorare le relazioni bilaterali, nonché le relazioni Ue-Russia, nel tentativo di contrastare il crescente impegno russo in Africa.

Il governo francese non ha tuttavia ancora preparato una strategia coerente nei confronti della sfida russa, preferendo per il momento temporeggiare. Al vertice Francia-G5 di Pau del gennaio 2020 Macron si è limitato a lanciare un avvertimento sull’intervento dei “Paesi terzi” in Africa tramite mercenari ma, secondo diversi esperti, quelle parole – insieme alla decisione di inviare altri 600 militari francesi nel Sahel – vanno considerate un segnale rivolto alla Russia. Secondo alcuni osservatori, inoltre, la moderazione francese potrebbe derivare dalla speranza di una sorta di auto-sconfitta russa in Africa, causata dall’eccessivo impegno nelle azioni militari e dall’ingerenza nella vita politica degli Stati africani. Ciò che appare chiaro è che Mosca ha intensificato il suo impegno in Africa a causa delle sanzioni occidentali e che pertanto le azioni russe in Africa sono in linea con la tattica generale del Paese di penetrare in quei luoghi del vicinato europeo dove la presenza europea diminuisce. Alla luce di quanto scritto, la contrapposizione tra Francia e Russia sembra essere la chiave di lettura principale con cui leggere le dinamiche del Sahel – che interessano da vicino anche l’Italia – e gli avvenimenti ad esse legate.

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