Sapelli: “Contro la penetrazione dei capitalismi stranieri servono campioni nazionali e non monopoli”

Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova” interpellato sulla recente sentenza nel quadro del contenzioso tra Mediaset e Vivendi

sapelli

La penetrazione del capitalismo francese in Italia continua dai tempi dell’Unità. Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova” il professore ed economista Giulio Sapelli, interpellato sulla recente sentenza del tribunale di Milano che nel quadro del contenzioso tra Mediaset e Vivendi ha definito legittima la scalata dei francesi al capitale del Biscione.



“Quanto accaduto conferma come l’Italia soffra di una miseria strutturale: un Paese che, essendo stato ad industrializzazione tardiva, non è riuscito a sviluppare al meglio vantaggi competitivi in quei settori nuovi come in passato potevano essere le telecomunicazioni”, ha affermato, valutando negativamente la scelta storiche di “imporre un monopolio nel sistema televisivo attraverso le leggi dello Stato”.

Una scelta che, secondo il professore, ha “indebolito le imprese che dovevano rafforzarsi e favorito il loro acquisto, consegnandole ad altri gruppi internazionali”. Un approccio, quello delle legislazioni monopolistiche, che Sapelli ha definito sbagliato rispetto ad “investimenti e alla creazione di grandi gruppi, anche misti tra pubblico e privato”, e che ha portato alla storica penetrazione dei capitalismi stranieri nell’economia italiana.



“Abbiamo avuto un breve periodo di intermezzo quando siamo entrati nell’economia mista, dagli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Settanta: dopodiché abbiamo trasformato l’economia mista in un protezionismo liberale, tentando di difendere la nostra proprietà con le leggi”, ha continuato, sottolineando come tali decisioni abbiano portato a risvolti negativi come “quanto accaduto nell’industria automobilistica con Stellantis”.

In un settore dove l’innovazione è continua, secondo il professore, un “monopolio tecnologico” non è la soluzione, e anzi il “nazionalismo economico” va assolutamente evitato. “Liberalizzare la televisione non significava chiudere quella pubblica, ma consentire di accompagnarla ad altre aziende che garantissero un servizio efficiente: rifiutandoci abbiamo contribuito ad indebolire i nostri campioni nazionali”, ha spiegato, aggiungendo che è proprio a questi ultimi che bisogna far riferimento, piuttosto che alla golden power.

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