Sardegna: la storia della vecchia colonia penale di Castiadas in un film, oggi la prima a Cagliari

Il docufilm racconta una parte di storia della Sardegna

carceri-castiadas

Sarà proiettato oggi in prima visione regionale al cinema Odissea di Cagliari, alle 21:30, “Il miracolo dei rei”, il film documentario di Alessandra Usai. Prodotto da Nicola Mennuni, Massimo Casula e Alessandra Usai, è stato girato nel 2019 a Castiadas. “Il docufilm racconta una parte di storia della Sardegna che ha avuto luogo tra il 1875 e il 1956 – spiega Usai -. La storia del progetto ambizioso della bonifica del territorio di Castiadas, abbandonato e disabitato da 350 anni, che ebbe successo attraverso la realizzazione di quella che fu per ottanta anni la colonia penale agricola più estesa d’Italia. Un progetto sociale importantissimo che si poneva un duplice obiettivo: la bonifica di un’area malsana devastata da paludi e malaria e in parallelo il recupero sociale di persone che avevano commesso illeciti e crimini importanti. Col duro lavoro all’interno della colonia penale agricola era prevista una rieducazione sociale dei rei ed un loro reinserimento nella società. Altri progetti simili a questo furono realizzati in Europa, in Italia e in altre località della Sardegna come Isili, Cagliari e Tramariglio, ma il grosso sacrificio di vite umane perse per dare origine a Castiadas, cosi come la conosciamo oggi, non ha precedenti. Crediamo che queste anime debbano essere ricordate per l’importanza del grande lavoro svolto”.



Il film-documentario mette in luce come è avvenuta la trasformazione di questo territorio attraverso cinque figure chiavi che rappresenteranno i periodi storici della colonia: il presente, il periodo iniziale a comando dell’ispettore delle carceri, Eugenio Cicognani, i primi risultati ottenuti descritti dall’agronomo Giuseppe Cusmano, le condizioni di vita dei carcerati e le prime campagne di sensibilizzazione esposte negli articoli del giovane giornalista dell’Unione sarda, Felice Senes, la piaga della malaria responsabile delle tantissime morti descritte dal medico della colonia, il dottor Matthieu, il periodo finale che include la seconda guerra mondiale ed il passaggio del territorio bonificato prima all’Ente ferrarese di colonizzazione prima, poi all’Eftas e quindi alle famiglie di contadini. “Sono state fatte delle ricostruzioni storiche sia all’interno della colonia che all’esterno – narra la regista -. Per gli interni sono state ricreate le celle di sicurezza, il cortile interno dove camminavano i condannati, una stanza della direzione militare, l’ufficio del direttore, l’ospedale, la cella di rigore, l’ufficio degli Interni a Roma e altro. Riguardo le riprese in esterno, sono stati riprodotti gli ambienti legati alle varie attività in diverse zone del territorio dove tali attività sono ancora presenti, mentre per le zone selvatiche e malsane sono state ambientate in località stagnanti presenti in Sardegna che più si avvicinano a rappresentare le insane paludi presenti nell’ottocento”.

Un ruolo centrale per raccontare questo pezzo di storia della Sardegna e del Sarrabus lo ricopre Alice, che nel docufilm è una ricercatrice e storica, appassionata della storia delle carceri, Alice, interpretata dalla villaputzese Katia Monni percorre quei luoghi che un tempo fecero parte di questa storia dimenticata e attraverso i suoi occhi si potranno vedere i luoghi come sono attualmente per poi dissolversi in immagini che rappresenteranno il passato: ricostruzioni storiche, fotografie, film di archivio, materiale storico come libri, diari e cartoline saranno utilizzati al fine di ricreare un percorso narrativo che riporti la reale storia della struttura e degli uomini che contribuirono ad essa. “Un’esperienza entusiasmante e molto forte nello stesso tempo – osserva Monni -. Nelle prime scene mi sono addentrata dentro le celle dei detenuti, ho passeggiato lungo i corridoi, ho incontrato un signore di 91 anni che ha raccontato a tutta la troupe di aver fatto la guardia da ragazzo nella colonia penale di Castiadas e di aver fatto portare pennelli e colori ai detenuti affinché dipingessero per passarci il tempo. Quando ho sentito questa storia ho avuto un tuffo al cuore. Essendo una pittrice è stato bello per me sapere che tanti detenuti hanno provato un momento di felicità dipingendo. Lungo i corridoi delle carceri mi è capitato di pregare in silenzio per quei carcerati che hanno sofferto, per tante anime a cui nessuno forse porta più un fiore e fa più una preghiera. Per me è un grande onore aver accettato questo ruolo, essere al servizio per questo grande progetto, per rendere immortali tutti coloro che non ci sono più e sperano che nulla venga mai dimenticato”.



Insieme a Katia Monni, tante comparse provenienti da tutti i paesi del Sarrabus scelti attraverso dei casting effettuati sul territorio. “Il docufilm ha una durata di 50 minuti – dice Nicola Mennuti, produttore della pellicola -. E’ un lavoro costato circa 120 mila euro, grazie anche a tanti accorgimenti per risparmiare, La documentazione stessa, le riprese, la troupe, sono state sostenibili ed a impatto zero”.

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