Si riaccende la tensione in Terra santa

La situazione a poco più di tre settimane dalle elezioni legislative palestinesi

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A poco più di tre settimane dalle elezioni legislative palestinesi, le prime dopo 15 anni, previste il 22 maggio, sta crescendo la tensione sia a Gerusalemme che tra la Striscia di Gaza e Israele. Finora le autorità israeliane non hanno dato il via libera per consentire ai palestinesi di Gerusalemme est di votare, circostanza che ha spinto il movimento islamista Hamas, al potere nella Striscia di Gaza, a proporre di annullare il voto. Da parte sua, il partito rivale Fatah del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, sta ancora valutando l’ipotesi di posticipare il voto. Secondo alcuni analisti, sia Fatah, sfavorita nei sondaggi, sia Israele trarrebbero vantaggio dal rinvio del voto. Per il governo di Gerusalemme, infatti, sarebbe meglio mantenere lo status quo e continuare a gestire i rapporti con l’Anp in modo sostanzialmente pacifico, mantenendo come principale fronte di tensione quello con Gaza. Al contrario, Hamas, favorito nei sondaggi, spinge per tenere le elezioni secondo le scadenze prestabilite. E’ in questo contesto, che va inserita la nuova escalation di tensione avvenuta nel fine settimana a ridosso della linea di demarcazione fra Gaza e Israele. Parallelamente, va tenuto in considerazione lo sforzo di Gerusalemme affinché gli Stati Uniti non abbiano una posizione distensiva verso l’Iran, con cui Hamas vanta buoni rapporti.



La polizia israeliana ha rimosso domenica le transenne collocate nei pressi della porta di Damasco, a Gerusalemme, permettendo nuovamente ai palestinesi di accedere all’area, allo scopo di appianare le tensioni sorte negli ultimi giorni. All’inizio del mese sacro islamico di Ramadan, le forze di sicurezza di Israele hanno impedito ai palestinesi di radunarsi presso la porta di Damasco, decisione che portato a tensioni tra giovani arabi e forze dello Stato ebraico, seguiti – lo scorso 22 aprile – da violenti scontri con manifestanti ebrei del movimento di estrema destra Lehava, che hanno causato più di 100 feriti. Le tensioni avvenute a Gerusalemme est hanno portato gli Emirati Arabi Uniti ha diramare un comunicato di condanna delle violenze, per la prima volta dopo la firma degli accordi di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele lo scorso settembre.

Durante il fine settimana, dall’enclave palestinese sono stati lanciati 40 razzi, a cui l’aviazione di Tel Aviv ha risposto colpendo postazioni di Hamas a Gaza e ha limitato la zona di pesca davanti alle coste. Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, oggi ha avvertito Hamas di una possibile risposta militare, nel caso in cui dovesse proseguire il lancio di razzi. Nel corso di un colloquio con il coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente dell’Onu, Tor Wennesland, Gantz ha “espresso l’urgenza della cessazione immediata della violenza da Gaza e ha ribadito l’impegno incrollabile di Israele a proteggere i suoi cittadini e la sua sovranità”. Nelle prossime ore l’inviato dell’Onu è atteso al Cairo e ad Amman per discutere della nuova tensione. Funzionari israeliani citati dal quotidiano “The Times of Israel” hanno spiegato che lo Stato ebraico non si lascerà trascinare in nessuna controversia interna palestinese a poche settimane dal voto.



L’escalation di tensione ha fatto rinviare al capo di Stato maggiore della difesa, generale Aviv Kohavi, la visita programmata per il 25 aprile negli Stati Uniti, dove avrebbe dovuto discutere del possibile reintegro degli Usa nel piano d’azione globale congiunto (Jcpoa, accordo sul nucleare) e della “minaccia iraniana” nella regione. Tuttavia, una delegazione di alto profilo israeliana, guidata dal capo del Mossad, Yossi Cohen, e dal consigliere per la sicurezza nazionale, Meir Ben-Shabbat, ha anticipato la visita negli Usa, dando il via oggi a un viaggio, nel tentativo di far desistere Washington dal modificare la propria posizione verso l’Iran. Secondo quanto annunciato venerdì scorso da un portavoce della Casa bianca, la visita della delegazione israeliana non cambierà la posizione degli Usa sul reingresso nell’accordo sul nucleare iraniano.

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