Siria: strappo di Assad, si candida alle elezioni e complica la mediazione dell’Onu

A sfidare Assad, nella seconda elezione aperta a più candidati, dovrebbero essere almeno cinque contendenti

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Alla fine è arrivata la notizia, scontata ma importante, della ricandidatura di Bashar al Assad alle elezioni presidenziali indette dal parlamento della Siria per il prossimo 26 maggio, a sette anni dal voto del giugno 2014. Non dovrebbe sorprendere l’esito, che secondo tutte le previsioni volgerà per la quarta volta a favore del capo dello Stato, presidente della Siria dal luglio del 2000 dopo la morte del padre Hafez al Assad, a sua volta leader del Paese mediorientale per quasi 30 anni. A sfidare Assad, nella seconda elezione aperta a più candidati dopo l’approvazione della Costituzione del 2012, dovrebbero essere per ora almeno cinque contendenti, perlopiù sconosciuti al pubblico internazionale e all’opinione pubblica siriana (eccettuato l’ex ministro di Stato per gli Affari parlamentari, Abdullah Salloum Abdullah). Le nuove elezioni presidenziali rappresentano un evidente strappo di Assad rispetto al processo politico sotto l’egida dell’Onu, che non monitorerà le operazioni di voto, in un momento in cui anche i negoziati politici “ufficiali” – nell’ambito della Commissione costituzionale per la Siria a Ginevra – sono in stallo e sembrano destinati al fallimento.



A più di dieci anni dallo scoppio del sanguinoso conflitto in Siria, sebbene la guerra non sia stata ufficialmente “vinta”, Assad è riuscito a stabilire il suo controllo su una vasta porzione del territorio siriano, che comprende il 60 per cento della popolazione. Il Paese è tuttavia de facto diviso in tre: il nord-ovest è controllato dalla Turchia e da gruppi armati vicini ad Ankara, mentre buona parte dei governatorati nord-orientali di Deir ez-Zor, Raqqa e Al Hasaka, aree già controllate dallo Stato islamico (Is), è sotto il controllo della cosiddetta Amministrazione autonoma curdo-siriana (anche nota come Rojava), sostenuta dalle forze Usa. In quest’ultima regione si concentrano la maggioranza dei pozzi di petrolio e le principali risorse agricole e idriche del Paese. Anche nelle province meridionali, soprattutto a Daraa, il governo deve fare i conti con rivolte periodiche, trovandosi costretto a imporre militarmente il proprio controllo su diverse cittadine ribelli. In un Paese in cui combattono almeno sei eserciti (russo, iraniano, statunitense, turco, curdo-siriano e siriano), costituiscono ulteriore fonte di instabilità la recrudescenza dell’Is nelle regioni desertiche centrali e i raid aerei periodici di Israele, l’ultimo dei quali avvenuto proprio questa notte e confermato dalle Forze di difesa israeliane.

Cercando una nuova legittimazione tramite il voto popolare, Assad intende consolidare la propria posizione in patria e a livello internazionale, riaffermando la necessità di interloquire con lui per risolvere la crisi, alle sue condizioni. La prospettiva di una rielezione di Assad pone interrogativi riguardo alle mosse dei principali sponsor internazionali del presidente siriano. Con la Siria divisa in tre parti e “congelata” in un conflitto a bassa intensità, oltre che strangolata da una dura crisi economica, soprattutto valutaria, c’è il rischio che il presidente si ritrovi a governare un Paese ingovernabile, mantenendo i suoi sponsor (Russia e Iran) agganciati a una situazione insostenibile a lungo termine. La strada per una risoluzione della crisi passa inevitabilmente per la fine delle difficoltà finanziarie di Damasco, che può giungere al momento tramite una rimozione – al momento improbabile – delle sanzioni contro la Siria, o tramite nuove iniezioni di capitali da altre fonti, come i ricchi Paesi sunniti del Golfo. Non è un caso che nelle ultime settimane siano circolate voci di due iniziative diplomatiche parallele, entrambe – si afferma – sponsorizzate da Mosca: colloqui “segreti” con Israele per agevolare un dialogo con gli Usa, da un lato, ma dall’altro anche sforzi – sempre mediati dalla Russia – per facilitare il ritorno di Damasco nella Lega araba, che aprirebbe la strada alla normalizzazione delle relazioni tra la Siria e i vicini arabi.



In entrambi i casi pesa l’ingombrante presenza di un altro grande alleato di Assad, ovvero l’Iran, la cui influenza politica, economica e militare in Siria rappresenta una chiara minaccia sia per il blocco sunnita, sia per Israele e gli Usa. Per ottenere capitali dai Paesi del Golfo e per ammorbidire gli Usa Assad potrebbe promettere – e forse sta già promettendo – di “sganciarsi” progressivamente da Teheran. Resta la possibilità che la Russia, per risolvere la crisi, stimoli Assad a fare un gesto di apertura reale nei confronti dell’opposizione e della comunità internazionale, come consentire la compartecipazione al potere: passo difficile e probabilmente indigesto per buona parte dei sunniti siriani, visto che il presidente rappresenta una minoranza – quella alawita – pari ad appena il 10 per cento della popolazione.

Due ulteriori incognite sono rappresentate dalle mosse delle altre due potenze impegnate nel conflitto siriano, ovvero gli Stati Uniti e la Turchia. Mentre si prospetta un ritiro di Washington dall’Afghanistan e uno sganciamento progressivo dall’Iraq, non è verosimile che gli Usa vogliano davvero abbandonare la Siria, dove sono in grado di mettere forte pressione a Russia e Iran anche con poche forze sul campo. Negli ultimi mesi è anzi giunta più volte notizia di movimenti di truppe statunitensi verso il territorio siriano, e pochi giorni fa le Forze democratiche siriane (Fds) curde hanno annunciato lavori per ampliare piste di atterraggio locali, allo scopo di accogliere le truppe Usa provenienti dall’Afghanistan. In caso di ritiro Usa, decine di milizie filo-iraniane sarebbero già addestrate a prendere il controllo dei territori curdo-siriani, e Washington non potrebbe consentire un’eventualità tanto dannosa per la sicurezza di Israele.

Infine resta il nodo della Turchia: data l’utilità di avere una “zona cuscinetto” al confine con la Siria, volta a prevenire e impedire attacchi e scontri con le milizie curde, Ankara potrebbe disimpegnarsi militarmente solo nel caso in cui Assad garantisse di poterle controllare. Un compromesso in questo senso potrebbe essere trovato con la mediazione dei russi, anche se pesa in senso contrario la mancanza di un rapporto di fiducia tra la Turchia e Damasco. In altre parole, un ritiro turco dalla Siria non sembra all’ordine del giorno, almeno nel breve termine.

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