Sudan: almeno 15 morti nelle proteste, ospedali in difficoltà

Una stima che per la gravità delle ferite riportate da molte persone sembra tuttavia destinata ad aumentare

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Sale ad almeno 15 morti e 80 feriti il bilancio delle proteste tenute ieri a Khartum ed in altre città sudanesi contro il golpe militare, una stima che per la gravità delle ferite riportate da molte persone sembra tuttavia destinata ad aumentare. Lo dice il Comitato centrale dei medici sudanesi (Ccsd), aggiornando il precedente bilancio di 10 vittime annunciato ieri sera, in chiusura di una intensa giornata di proteste tenute nella capitale sudanese, a Port Sudan e a Omdurman, città situata di fronte a Khartum sull’altra sponda del Nilo. Migliaia di manifestanti sono scesi in strada per protestare contro il golpe militare dello scorso 25 ottobre e contro il ripristino di un Consiglio militare di transizione guidato dal capo dell’esercito, Abdel Fattah al Burhan, con come vice Mohamed Hamdan Dagalo (alias “Hemeti”), l’ex capo delle famigerate milizie janjaweed e accusato dalle organizzazioni internazionali di abusi dei diritti umani nel conflitto del Darfur. Secondo il Ccsd, nelle proteste di ieri 12 manifestanti sono stati uccisi a Khartum Nord – seconda città satellite della capitale, dopo Omdurman – due nella capitale e uno a Omdurman. Le autorità del Sudan stanno gradualmente ripristinando i servizi Internet nel Paese. Lo rende noto l’agenzia di stampa statale “Suna”. I servizi Internet sono stati interrotti a intermittenza in Sudan in vista delle proteste di massa contro il colpo di Stato dello scorso 25 ottobre, proteste che ieri sono state represse nel sangue con la morte di almeno 15 persone e il ferimento di oltre 100.



Gli attivisti accusano le forze di sicurezza dell’unità di supporto rapido di aver represso con eccessiva violenza i manifestanti anti-golpe. Secondo testimoni, i militari avrebbero anche fatto irruzione in alcuni ospedali di Khartum, mentre i medici hanno fatto appello ai colleghi a presentarsi per rafforzare la disponibilità di cure, essendo il numero di feriti da curare troppo grande per il personale medico ad oggi operativo, specialmente negli ospedali di Khartum Nord. Nel bollettino pubblicato su Facebook, i medici invitano anche a donare sangue, di cui c’è una “grave carenza” insieme agli “anestetici ed altri kit per la medicina d’urgenza”. Per soccorrere i feriti il gruppo ha chiesto il sostegno del Comitato internazionale della Croce Rossa per soccorrere i feriti ed esortato la comunità internazionale a esercitare pressioni sulla giunta militare affinché cessino gli attacchi contro civili.

Anche l’Associazione professionale sudanese (Spa), che già in occasione delle proteste del 2019 che portarono alla deposizione del presidente Omar al Bashir – ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna l’uso eccessivo della violenza contro manifestanti pacifici, sottolineando che quello avvenuto ieri in Sudan è un “massacro a tutti gli effetti”. “La strage di oggi (ieri) non è altro che una conferma dell’integrità degli slogan della resistenza e dei nostri tre ‘no’: nessuna trattativa, nessun accordo, nessun patteggiamento”, ha dichiarato la Spa. Il gruppo ha inoltre invitato a continuare a tenere proteste pacifiche fino al “crollo” della giunta militare.



Migliaia di persone si sono radunate ieri per le vie delle città, mentre gli attivisti denunciano l’interruzione delle linee telefoniche ed internet e lo scoppio di scontri con le forze di sicurezza, che hanno bloccato l’accesso ai ponti sul Nilo e cercano di contenere i manifestanti. Quella tenuta ieri è la seconda giornata di proteste a pochi giorni dall’ultima manifestazione, tenuta sabato scorso e nella quale – secondo i dati del Ccsd – sono morte almeno sette persone, tre secondo le autorità. In un comunicato pubblicato su Facebook, i medici hanno denunciato in particolare la morte di due adolescenti – il 15enne Mujahid Mohamed Farah e la 13enne Remaz Hatim al Atta – in seguito alle ferite riportate quando le forze di sicurezza sudanesi hanno represso con gas lacrimogeni e proiettili ritenuti non a salve le centinaia di persone scese in strada per manifestare. Il comitato ha quindi pubblicato la lista completa delle vittime delle proteste di sabato finora note, mentre altri attivisti citati da “Sudan Tribune” sostengono che la giovane tredicenne uccisa si trovava davanti alla porta di casa “quando qualcuno le ha sparato”. Per il Ccsd, almeno 215 persone sono rimaste ferite durante le proteste del 12 novembre: 112 persone hanno riportato ferite da munizioni, 3 da proiettili di gomma, 17 per gli effetti delle bombolette di gas lacrimogeno, 13 per soffocamento da gas lacrimogeni, 8 hanno riportato ferite da manganelli ed altre 62 ferite superficiali. Un totale di 11 persone sono descritte come “casi instabili”.

Le proteste sono state indette dalla Forze per la libertà ed il cambiamento (Ffc) – che già nel 2019 promossero le proteste che portarono alla deposizione del presidente Omar al Bashir – e da altri attivisti che hanno lanciato un appello a manifestare “a milioni” contro il nuovo Consiglio di transizione, che vede come vicepresidente il generale Mohamed Hamdan Dagalo (Hemeti), ritenuto dalle opposizioni un pericoloso alleato governativo. A capo del nuovo Cmt è riconfermato al Burhan. La nomina di un organo legislativo di transizione con a capo vecchi personaggi della politica militare sudanese è stata accolta con diffidenza dai governi occidentali, Stati Uniti in testa, che hanno esortato i generali a mettere fine alla gestione militare del potere.

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