Sudan: almeno dieci morti nelle proteste contro il golpe

Le forze di sicurezza hanno sparato gas lacrimogeni contro un gruppo di persone nella Capitale

Almeno dieci persone sono morte nelle proteste di oggi in Sudan contro il colpo di Stato militare. Lo riferisce il Comitato centrale dei medici sudanesi (Ccsd) in un comunicato, secondo cui le forze di sicurezza hanno sparato gas lacrimogeni contro i manifestanti a Khartum. Nonostante le rigide misure imposte dalle forze di sicurezza, migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale – ma anche di Port Sudan e Omdurman, situata di fronte a Khartum sull’altra sponda del Nilo – sventolando bandiere sudanesi e denunciando i militari per la loro presa del potere con la forza. Il bilancio dei medici aggiorna la precedente stima di due morti ma potrebbe ulteriormente aumentare. Migliaia di persone si sono radunate per le vie delle città, mentre gli attivisti denunciano l’interruzione delle linee telefoniche ed internet e lo scoppio di scontri con le forze di sicurezza, che hanno bloccato l’accesso ai ponti sul Nilo e cercano di contenere i manifestanti. Si tratta della seconda giornata di proteste a pochi giorni dall’ultima manifestazione, tenuta sabato scorso e nella quale sono morte almeno sette persone, secondo i dati raccolti dal Ccsd. In un comunicato pubblicato su Facebook, i medici hanno denunciato in particolare la morte di due adolescenti – il 15enne Mujahid Mohamed Farah e la 13enne Remaz Hatim al Atta – in seguito alle ferite riportate quando le forze di sicurezza sudanesi hanno represso con gas lacrimogeni e proiettili ritenuti non a salve le centinaia di persone scese in strada per manifestare.



Il comitato ha quindi pubblicato la lista completa di quelle che finora sono le vittime note delle proteste di sabato scorso, mentre altri attivisti citati da “Sudan Tribune” sostengono che la giovane tredicenne uccisa si trovava davanti alla porta di casa “quando qualcuno le ha sparato”. Per il Ccsd, inoltre, almeno 215 persone sono rimaste ferite durante le proteste del 12 novembre nella capitale sudanese: 112 persone hanno riportato ferite da munizioni, 3 da proiettili di gomma, 17 per gli effetti delle bombolette di gas lacrimogeno, 13 per soffocamento da gas lacrimogeni, 8 hanno riportato ferite da manganelli ed altre 62 ferite superficiali. Un totale di 11 persone sono descritte come “casi instabili”. Durante le proteste degli ultimi giorni le forze di sicurezza hanno chiuso i ponti e le strade principali di Khartum per disperdere i manifestanti ed evitare che formassero un unico corteo. Le proteste sono state indette dalla Forze per la libertà ed il cambiamento (Ffc) – che già nel 2019 promossero le proteste che portarono alla deposizione del presidente Omar al Bashir – e da altri attivisti che hanno lanciato un appello a manifestare “a milioni” contro il nuovo Consiglio di transizione, che vede come vicepresidente il generale Mohamed Hamdan Dagalo (Hemeti), una volta alla guida delle famigerate milizie janjaweed e ritenuto dalle opposizioni un pericoloso alleato governativo. A capo del nuovo Cmt è riconfermato al Burhan. La nomina di un organo legislativo di transizione con a capo vecchi personaggi della politica militare sudanese è stata accolta con diffidenza dai governi occidentali, Stati Uniti in testa, che hanno esortato i generali a mettere fine alla gestione militare del potere.

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