Sudan: il gioco d’influenze delle grandi potenze dietro il golpe a Khartum

Il golpe si inserisce in un contesto di forti tensioni che caratterizza il Paese ormai da diverse settimane

Con un tempismo non casuale, e in un certo senso quasi atteso, il Sudan è stato scosso nelle prime ore di questa mattina da un colpo di Stato militare che ha portato all’arresto del primo ministro Abdalla Hamdok e di altri membri del governo, oltre che allo scioglimento delle autorità di transizione da parte del presidente del Consiglio sovrano, il generale Abdel Fattah al Burhan, e alla limitazione dei servizi Internet, di telecomunicazione e di trasporto aereo. Il golpe si inserisce in un contesto di forti tensioni che caratterizza il Paese ormai da diverse settimane, quando si è fatta sempre più chiara ed evidente la spaccatura esistente all’interno delle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc) – la piattaforma di governo che riunisce le componenti della società promotrici delle proteste di massa che portarono alla caduta di Bashir, nell’aprile 2019 – tra la fazione filo-governativa e quella filo-militare, quest’ultima sempre più insofferente verso l’esecutivo guidato da Hamdok e irritata dal mancato rispetto delle promesse di due anni fa. Da due anni militari e civili condividono il potere di transizione nel Paese. La condivisione, tuttavia, non ha risolto la crisi politica, che si è anzi aggravata con l’approssimarsi del 17 novembre, data in cui la presidenza del Consiglio sovrano sarebbe dovuta passare a un esponente civile.



È in questo quadro che è andata maturando l’attuale crisi sudanese, che preoccupa non poco la comunità internazionale: dalle Nazioni Unite agli Stati Uniti, dall’Unione europea all’Unione africana, quasi tutti i principali attori si sono affrettati a condannare il golpe e a chiedere l’immediato rilascio dei leader arrestati, oltre a ribadire il sostegno alla transizione sudanese. Il golpe militare è avvenuto, peraltro, a poche ore dalla conclusione della visita a Khartum dell’inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffery Feltman, che solo ieri ha avuto colloqui ad alto livello con le controparti sudanesi – tra cui lo stesso Hamdok – e che si è detto oggi “profondamente allarmato” dalle notizie di un colpo di Stato militare che “viola la dichiarazione costituzionale del Sudan e mettere a rischio l’assistenza degli Stati Uniti al Paese africano”. Va inoltre ricordato che solo un mese fa, esattamente il 21 settembre, le autorità sudanesi avevano sventato un tentativo di golpe che il premier Hamdok aveva attribuito ai lealisti di Bashir, mentre alcune fonti puntavano il dito contro i Fratelli musulmani, sebbene questa ipotesi sarebbe in controtendenza con gli ultimi sviluppi all’interno del mondo arabo e con il riavvicinamento tra l’Arabia Saudita e il Qatar.

Per capire meglio ciò che sta accadendo in Sudan occorre tuttavia inquadrare la crisi va nel più ampio contesto internazionale, in particolare nel gioco di influenze esercitato dalle grandi potenze nell’area. Non va trascurato, prima di tutto, il fatto che Hamdok – economista di lungo corso e già vicesegretario esecutivo della Commissione economica per l’Africa (Uneca) – sia considerato molto vicino agli Stati Uniti e artefice del reintegro del Sudan nella comunità internazionale dopo il trentennio di Bashir: è stato lui, infatti, a siglare un anno fa lo storico accordo per la normalizzazione delle relazioni con Israele; ed è stato sempre lui a firmare, sempre un anno fa, l’accordo per la rimozione del Sudan dalla lista Usa dei Paesi sponsor del terrorismo. Ancora, è stato Hamdok il garante dell’accordo con cui lo scorso 29 giugno il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale hanno dichiarato il Sudan idoneo ad ottenere la cancellazione del debito, intesa che aveva spianato la strada a una piena normalizzazione delle relazioni tra Khartum e la comunità internazionale – Stati Uniti in testa – e favorito l’accesso a risorse finanziarie cruciali per rafforzare l’economia del Paese africano.



Ora, una destabilizzazione del Sudan rischia seriamente di vanificare i progressi conseguiti dalle autorità di transizione nell’accreditarsi presso la comunità internazionale e preoccupa non poco gli Usa, giocando al contempo a favore di altre potenze regionali che dal golpe in Sudan avrebbero da guadagnare: una su tutte l’Etiopia. È risaputo, del resto, che Addis Abeba – che a sua volta è impegnata in un sanguinoso conflitto contro il Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf) – ha rapporti assai tesi con Khartum per quanto riguarda due dossier di cruciale importanza: la Grande diga della rinascita etiope (Gerd), che vede contrapposti il governo etiope a quelli di Egitto e Sudan per quanto riguarda la spartizione delle acque del fiume Nilo; l’annosa disputa di confine tra i due Paesi, che il conflitto nel Tigrè ha contribuito a rinfocolare con ripetuti attacchi da una parte e dall’altra, sfociati spesso in veri e propri scontri armati.

L’Etiopia è da tempo il più stretto alleato della Cina nella regione, di cui è anche uno dei principali partner economici e commerciali in Africa orientale e un cruciale hub per l’iniziativa della Nuova via della seta (Belt and road initiative, Bri). Va inoltre tenuto in debito conto il fatto che la Diga della rinascita è finanziata in buona parte (circa 1,8 miliardi) da banche cinesi per la parte relativa alla costruzione di turbine e apparecchiature elettriche associate delle centrali idroelettriche. L’influenza cinese in Etiopia si è resa evidente anche nel conflitto del Tigrè dove, stando a quanto riportato da alcune fonti di stampa, le truppe federali etiopi e le loro alleate eritree avrebbero fatto ricorso anche a droni da combattimento (Ucav) di fabbricazione cinese. Non sfugga il fatto che questa mattina la Cina è stato il Paese meno dura nel condannare il colpo di Stato in Sudan. Il portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin, si è limitato a invitare le parti a “risolvere le differenze attraverso il dialogo e a salvaguardare la pace”, assicurando che Pechino “adotterà le misure necessarie per garantire la sicurezza delle istituzioni e del personale cinese in Sudan”.

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