Sudan, fonti stampa: lealisti di Bashir dietro il tentato golpe

Lo riferisce l'emittente araba "Al Hadath", citando fonti secondo le quali decine di arresti sono già stati conclusi dalla polizia di Khartum

Dietro il tentativo di colpo di Stato condotto in Sudan questa mattina ci sarebbero membri della “Fratellanza musulmana”, l’alleanza che riunisce lealisti dell’ex presidente deposto Omar al Bashir. Lo riferisce l’emittente araba “Al Hadath”, citando fonti secondo le quali decine di arresti sono già stati conclusi dalla polizia di Khartum a seguito del tentato golpe guidato dal generale Abdel Baki Bakrawi. La televisione di Stato sudanese “Snbc” assicura tramite fonti militari che la situazione nella capitale è al momento “sotto controllo”, e conferma che a tentare il golpe sarebbe stato, secondo le prime ricostruzioni, un gruppo di ufficiali arrivati a Khartum “a bordo di mezzi blindati dalle regioni di Wadi Sidna e Omdurman”, bloccando il passaggio nei pressi del parlamento. Il tentativo di golpe, i cui primi obiettivi sono state le sedi delle emittenti radio e televisive della capitale, è stato confermato anche da un rappresentante del Consiglio sovrano di transizione.



Dopo la rivolta popolare dell’aprile del 2019 e la conseguente presa del potere da parte dei militari il Sudan ha attraversato fasi di alterna stabilità, nonostante a livello internazionale gli sforzi del governo di transizione guidato dal primo ministro Abdalla Hamdok siano stati universalmente riconosciuti come esempio di transizione positiva verso un’amministrazione a guida civile. Dopo la firma di una prima Dichiarazione costituzionale conclusa il 17 agosto del 2019 ed il successivo accordo di pace di ottobre, nei quali le parti sudanesi (civili e militari) si sono impegnate ad avviare un processo inclusivo di transizione, a febbraio di quest’anno Hamdok ha così nominato il nuovo governo di unità nazionale, che include anche sette ex leader ribelli firmatari dell’accordo di pace. Il nuovo gabinetto è stato così composto da 25 ministri nominati tra le Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc, la coalizione della società civile che nel 2019 portò alla destituzione del presidente Omar al Bashir) e del Fronte rivoluzionario sudanese (Srf, la coalizione dei gruppi armati firmatari dell’accordo). Mariam al Mahdi è stata nominata ministro degli Esteri mentre Gibril Ibrahim, leader del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), è stato designato per l’incarico di ministro delle Finanze. Inoltre, Khalid Omer Youssif, esponente del Partito del Congresso sudanese (Scp), è stato scelto per ricoprire l’incarico di ministro per gli Affari di gabinetto. Cinque ex ministri hanno mantenuto le loro posizioni nel nuovo gabinetto, vale a dire il ministro della Difesa, Yassin Ibrahim (espressione della componente militare), il ministro della Giustizia, Nasr al Din Abdel Bari, il ministro per le Risorse idriche, Yasir Abbas, il ministro degli Affari religiosi, Nasr al Din Mufreh, e il ministro dell’Istruzione superiore, Intisar Saghairon. Il nuovo gabinetto comprendeva infine quattro donne, tra cui Buthaina Ali Dinar, membro del Movimento di liberazione del popolo del Sudan-Nord (Splm-N), scelta per l’incarico di ministro del Governo federale.

La nomina del nuovo governo non ha tuttavia sopito le divisioni interne, in particolare delle fazioni ancora nostalgiche del periodo Bashir. Hamdok ha spinto con lodevole determinazione per mettere nero su bianco la risoluzione di contese interne e l’attuazione di riforme capaci di distendere i rapporti con la comunità internazionale. Hamdok ha quindi messo in cima alla lista dei lavori i temi economici, l’attuazione dell’accordo di pace, i negoziati con il leader del Splm-N di Abdel Aziz al Hilu e il Movimento di liberazione del Sudan (Slm) di Abdel Wahid al Nur – ex gruppi armati restii a firmare l’accordo di pace -, la giustizia di transizione e l’attuazione di riforme nelle istituzioni civili e militari dello Stato. Per quanto riguarda la situazione economica, il premier ha dichiarato che il nuovo governo lavorerà per cancellare i debiti del Sudan, che ammontano a 70 miliardi di dollari, attraverso l’iniziativa per i Paesi poveri pesantemente indebitati (Hipc), e a tal riguardo ha assicurato che l’Agenzia per lo sviluppo internazionale (Ida) ha espresso la volontà di investire 1,7 miliardi di dollari nel Paese. Hamdok ha inoltre affermato che il suo governo prevede di iniettare oltre 300 milioni di dollari nel settore petrolifero per raddoppiare la produzione, che attualmente si attesta a 60 mila barili. Inoltre, obiettivo del governo era di stanziare 260 milioni di dollari per sviluppare il settore elettrico, oltre a investire nel settore agricolo, in particolare nei progetti irrigui come quelli di Al Jazirah, Al Rahad e Al Suki.



Sul fronte della riduzione del debito una mano importante è stata tesa a Khartum da Parigi: a maggio scorso il presidente Emmanuel Macron ha così riunito a Parigi i capi di Stato e di governo internazionale per una conferenza espressamente dedicata alla reintegrazione del Sudan, paese a lungo escluso per gli strascichi derivanti dalla ricerca statunitense del jihadista Osama Bin Laden dopo l’attacco alle Torri gemelle di New York del 2001. Con il ritiro del Paese dalla lista nera degli Stati Uniti dei Paesi finanziatori del terrorismo – decisione promossa dall’ex presidente Usa Donald Trump -, Khartum ha ripreso attività internazionali che le sono indispensabili in questo momento di passaggio. A Parigi, anche il presidente del Consiglio sovrano di transizione del Sudan, Abdel Fattah al Burhan, aveva espresso soddisfazione per i lavori in corso nel suo paese e per gli sforzi profusi per attuare una reale transizione. “La rivoluzione sudanese ha rappresentato un chiaro esempio di transizione pacifica, vedendo la partecipazione di donne e giovani dopo decenni di dittatura. Le istituzioni di transizione si fanno da garanti a questa rivoluzione”, ha detto al Burhan, sottolineando come l’accordo di pace siglato a Giuba nell’ottobre scorso fra governo e gruppi armati fosse anch’esso “frutto della rivoluzione”, consentendo di aprire la strada al ritorno degli sfollati e alla reintegrazione ribelli nelle istituzioni sudanesi. Ad agosto scorso il parlamento sudanese ha inoltre adottato il disegno di legge che aprirà la strada all’adesione del Paese alla Corte penale internazionale (Cpi), nel quadro dell’impegno preso di consegnare l’ex presidente Bashir al tribunale de L’Aia affinché venga processato secondo i canoni internazionali.

 

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram