Tunisia: esercito in strada ad Agareb dopo la morte di un manifestante

Secondo Madji Karbai, deputato eletto in Italia del parlamento tunisino “sospeso”, i manifestanti hanno dato fuoco a un commissariato di polizia

Le autorità della Tunisia hanno schierato l’esercito per sedare le sommosse scoppiate ad Agareb, piccola città di 10.000 abitanti 20 chilometri a ovest di Sfax, il polo industriale del Paese nordafricano. Un filmato dalla piattaforma social “Zoom Tunisia” mostra l’arrivo di almeno quattro veicoli da trasporto truppe nella località invasa dai rifiuti. Secondo Madji Karbai, deputato eletto in Italia del parlamento tunisino “sospeso”, i manifestanti hanno dato fuoco a un commissariato di polizia. Il dispiegamento delle truppe giunge dopo la morte di un dimostrante identificato come Abderrazzek Achhab, 38 anni, durante gli scontri scoppiati ieri notte tra dimostranti e forze di sicurezza. Il ministero dell’Interno ha negato che il giovane sia morto nel corso delle proteste, spiegando che i paramedici sono intervenuti nella sua abitazione a 6 chilometri di distanza dal luogo degli scontri. I familiari, da parte loro, confermano che il ragazzo è deceduto dopo essere stato colpito da una granata con gas lacrimogeni. Secondo fonti giudiziarie di Sfax, le autorità tunisine hanno aperto un’indagine sulla morte del dimostrante, il cui cadavere sarà sottoposto ad autopsia per determinare le cause della sua morte.



La tensione nella cittadina tunisina è alta dopo la riapertura della discarica della di Qena, chiusa con decisione giudiziaria l’11 luglio 2019 su denuncia delle organizzazioni non governative locali. Quest’ultima decisione adottata dal ministero dell’Ambiente, in accordo con la presidenza della Repubblica, il primo ministro Najla Bouden e il dicastero dell’Interno, è stata giustificata per la riduzione dei rischi sanitari, ambientali ed economici nel governatorato, sullo sfondo della crisi dei rifiuti che attanaglia la provincia di Sfax. Karbai ha ricordato via Twitter che nel porto di Sousse “ci sono ancora 7.900 tonnellate di rifiuti Italiani entrati illegalmente in Tunisia, nonostante la decisione del Consiglio di Stato italiano di rimpatriarli”.

Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes), “la crisi della gestione dei rifiuti a Sfax non solo riflette l’incapacità amministrativa e istituzionale di trovare soluzioni ai problemi ambientali, ma evidenzia anche le carenze della risposta politica alle crisi sociali e la prosecuzione delle politiche di sicurezza che affrontano le esigenze sociali e ambientali, e perpetua l’immagine dello Stato che viola i suoi impegni e non è impegnato in decisioni giudiziarie”.



L’escalation ad Agareb si inserisce nel contesto della crisi politica, economica e sociale in cui versa il Paese nordafricano. Oggi, il leader del movimento islamista tunisino Ennahda e presidente dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp, il parlamento sospeso dal 25 luglio) si è detto pronto a rassegnare le dimissioni se questo consentirà di risolvere i problemi della Tunisia. In un’intervista al quotidiano “Al Sabah”, l’80enne leader politico tunisino ha detto che il presidente della Repubblica, Kais Saied, dovrebbe “attenersi alla Costituzione che ha giurato di preservare” e trasformare la sua personale visione dell’assetto statale “in un programma elettorale da sottoporre ai cittadini” per la rielezione a un secondo mandato.

Il leader del partito di maggioranza relativa nel parlamento “sospeso” ha affermato che gli ultimi sviluppi in Tunisia proiettano ombre sul futuro democratico del Paese: “Il decreto presidenziale numero 117 non può essere considerato espressione delle ambizioni dei democratici, ma piuttosto la massima espressione di una dittatura”, ha detto il leader islamico, in riferimento alla decisione del capo dello Stato di congelare buona parte della Costituzione e di prolungare “sine die” la sospensione del parlamento e lo stato emergenziale. Secondo Ghannouchi, la Tunisia ha di fronte a sé due opzioni: “O il presidente ritira le sue misure eccezionali, oppure la crisi proseguirà fino alle elezioni anticipate. (…) Sono convinto che il popolo tunisino non rinuncerà alle sue conquiste democratiche”, ha concluso il leader islamista tunisino.

Da parte sua, la segretaria generale del Partito dei costituzionalisti liberi (Pdl), Abir Moussi, ha chiesto che la Tunisia vada alle elezioni anticipate “nel quadro dei termini costituzionali”, dicendosi favorevole allo scioglimento dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo. La leader del partito “nostalgico” del vecchio regime di Ben Ali ha ribadito oggi, nel corso di un simposio sulla “purificazione della corruzione dal sistema elettorale”, il suo rifiuto del decreto presidenziale numero 117, firmato il 22 settembre scorso dal capo dello Stato, Kais Saied, relativo alla proroga delle misure eccezionali adottate il 25 luglio, tra cui la sospensione del Parlamento e la revoca dell’immunità dei deputati. Moussi ha altresì respinto, a nome del suo partito, la proposta di dialogo con i giovani annunciata dal presidente Saied.

Secondo un sondaggio condotto nel mese di ottobre 2021 dall’istituto Emrhod Consulting, in collaborazione con l’emittente televisiva “Attassia”, il cosiddetto “Partito del presidente Kais Saied” (formazione politica che al momento non esiste) ha scavalcato il Pdl nelle intenzioni di voto dei tunisini ottenendo il 35 per cento delle preferenze, davanti al partito reazionario che è sceso al 29 per cento. In terza posizione con il 14 per cento il partito islamico Ennahda, seguito da liste indipendenti con il 6 per cento dalla Corrente democratica con 5 per cento. Il partito Echaab (di sinistra, sostenitore delle misure e politiche del presidente Saied) occupa il sesto posto con 4 per cento, registrando un aumento rispetto ai precedenti sondaggi, al contrario del partito Qalb Tounes (Cuore della Tunisia) ormai sul viale del tramonto con appena il 2 per cento delle preferenze rispetto al 14 per cento delle elezioni del 2019. Chiude la classifica il movimento Tahya Tounes dell’ex premier Youssef Chahed con solo l’1 per cento delle intenzioni di voto.

Intanto a Tunisi l’esecutivo guidato dalla prima premier donna del mondo arabo, Najla Bouden, ha annullato la recente nomina della ricercatrice Amal Adouani a portavoce ufficiale del governo. Lo ha riferito la presidenza tunisina in un comunicato. Da parte sua, Adouani ha commentato la decisione sulla sua pagina Facebook dichiarando che i sostenitori del presidente Kais Saied avrebbero fatto pressioni per chiedere l’annullamento della nomina, avvenuta soltanto ieri.

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram

TAGS