Turchia: caso Kavala, Erdogan ritratta sull’espulsione degli ambasciatori

Il capo dello Stato turco: "I dieci diplomatici si comportino in conformità con la Convenzione di Vienna"

In seguito alla comunicazione rilasciata dall’ambasciata degli Stati Uniti ad Ankara, la Turchia si aspetta che “i dieci ambasciatori si comportino in conformità con la Convenzione di Vienna“, ha detto il presidente Recep Tayyip Erdogan. Lo riferisce il quotidiano turco filo-governativo “Daily Sabah”. Le parole di Erdogan, si riferiscono alla dichiarazione rilasciata dall’ambasciata degli Stati Uniti, poi ripresa dalle altre nove sedi diplomatiche coinvolte nelle tensioni tra Turchia e Paesi occidentali, inerenti al rispetto dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna, in cui si sancisce che i corpi diplomatici devono fare a meno di interferire negli affari interni dei Paesi in cui prestano servizio. “Le dichiarazioni delle dieci ambasciate sono state un attacco al nostro sistema giudiziario e alla nostra sovranità”, ha detto il capo dello Stato turco, per poi proseguire “era un mio dovere rispondere a questo insulto”. Negli ultimi giorni, tensioni tra i diplomatici dei dieci Paesi coinvolti (Francia, Germania, Stati Uniti, Canada, Finlandia, Svezia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Nuova Zelanda) e Turchia si sono verificate dopo che le sedi diplomatiche avevano chiesto il rilascio dell’uomo d’affari Osman Kavala, incarcerato con l’accusa di aver partecipato alle proteste del 2013 a Gezi Park e al tentato colpo di Stato del 2016. Da quanto emerge dalle ultime dichiarazioni di Erdogan, i diplomatici delle ambasciate coinvolte non saranno espulsi.



La richiesta di dichiarare i dieci ambasciatori “persona non grata” è stata inoltrata lo scorso 23 ottobre da Erdogan al ministero degli Esteri turco. I dieci rappresentanti sono quelli di Canada, Francia, Finlandia, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Svezia e Stati Uniti, ovvero quattro membri del G7 e ben sette alleati Nato. L’ambasciata degli Stati Uniti ha dichiarato in una breve nota che si attiene a rispettare l’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, mossa che condivisa anche da Canada, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Nuova Zelanda.

Secondo il principale oppositore di Erdogan, il leader del Partito repubblicano popolare (Chp), Kemal Kilicdaroglu, la mossa del presidente è stata “un diversivo” volto anzitutto a trovare all’esterno le cause della crisi economica turca. “La ragione di queste mosse non è proteggere gli interessi nazionali ma creare ragioni artificiali per la rovina dell’economia”, ha affermato Kilicdaroglu su Twitter. Come indicato da Kilicdaroglu, molte delle decisioni di politica estera prese dal presidente turco in questi anni sono state anzitutto un tentativo di alimentare il nazionalismo turco con l’obiettivo di accusare presunti nemici esterni, tra tutti gli Stati Uniti, per la situazione economica.



Infatti, anche se la Turchia è stata una delle poche grandi economie a crescere nel 2021, espandendosi di quasi il 20 per cento nel secondo trimestre, sul Paese pesano l’elevata inflazione e il crollo della valuta nazionale. L’inflazione è attualmente intorno al 20 per cento, mentre la lira turca ha toccato un nuovo minimo sul dollaro dopo le dichiarazioni del 23 ottobre avvicinandosi questa mattina a quota 10 lire per un dollaro, per poi stabilizzarsi intorno a 9,63. Da gennaio la lira turca ha perso quasi il 22 per cento del suo valore. Ad aggravare ulteriormente la situazione economica della Turchia una politica monetaria completamente illogica, con una Banca centrale di fatto dipendente dalle richieste di Erdogan.

Lo scorso 21 ottobre la Banca centrale turca ha abbassato, su indicazione di Erdogan, di due punti percentuali il tasso di interesse di riferimento portandolo al 16 per cento, ignorando gli avvertimenti degli analisti sui rischi connessi a cambi e inflazione. La politica sempre più anti-occidentale di Erdogan sta portando la Turchia lontano dalla Nato. Dopo l’espulsione dal programma Joint Strike Fighter per la produzione del caccia di quinta generazione F-35, a seguito dell’acquisto del sistema di difesa antimissile S-400, la Turchia starebbe meditando di acquistare anche i caccia russi Su-35 ed Su-57, in caso non andassero in porto i colloqui con gli Stati Uniti relativi all’acquisto di caccia F-16 e alla modernizzazione di circa 80 aerei da combattimento dello stesso tipo. Lo scorso 18 ottobre, il capo delle Industrie della difesa turca, Ismail Demir, ha affermato in un’intervista all’emittente “Ntv”: “Se gli Stati Uniti non approvano l’accordo sugli F-16 dopo il caso F-35, la Turchia non resterà senza alternative.

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram

TAGS