“Washington Post”: nel laboratorio di Wuhan progetti coperti dal segreto di Stato cinese

E' quanto rivela oggi il quotidiano statunitense

Covid

Nell’Istituto di virologia di Wuhan sono stati condotti una serie di progetti e di dibattiti coperti dal segreto di Stato cinese. Lo rivela oggi il quotidiano statunitense “Washington Post”, secondo cui un tale livello di segretezza può contribuire a spiegare come mai le indagini sull’origine del Covid-19 abbiano fatto così poca strada. Il “Washington Post” cita in particolare un episodio specifico: nel maggio del 2019 il personale dell’istituto fu portato in sala conferenze per un incontro con un funzionario dell’Amministrazione nazionale cinese per la protezione dei segreti di Stati, Tang Kaihong. Stando a un resoconto pubblicato dall’Accademia cinese delle scienze, Tang avrebbe avvertito il personale di Wuhan del pericolo di infiltrazione da parte di spie straniere e dei rischi per la sicurezza nazionale connessi al lavoro all’interno dell’istituto. I criteri cinesi per la secretazione degli atti sono più bassi rispetto ad altri Paesi. In base alla legge in vigore, infatti, i materiali coperti da segreto di Stato possono essere non solo documenti militari e diplomatici, ma anche informazioni delicate sullo sviluppo economico, scientifico e sociale nazionale.

Le linee guida del laboratorio di Wuhan sulla pubblicazione di informazioni affermano che l’istituto condivide i dettagli del proprio lavoro con il pubblico, eccezion fatta per i materiali coperti da segreto di Stato e per quelli oggetto di indagine. Non è chiaro quali siano i progetti secretati del laboratorio. Lo scorso gennaio il dipartimento di Stato Usa ha fatto sapere di essere a conoscenza di progetti classificati in corso almeno dal 2017, incusi esperimenti sugli animali. L’inchiesta del “Washington Post” ha trovato traccia tra i documenti pubblici di collaborazioni tra il laboratorio di Wuhan e gli ospedali militari cinesi su progetti non classificati per lo sviluppo di farmaci e la prevenzione dell’Aids. In altri casi, vengono menzionati progetti segreti condotti all’interno dell’istituto. La Cina ha aggiornato nel marzo del 2014 la sua Legge sul segreto di Stato, garantendo una guida pratica per quanti lavorano su informazioni sensibili.

Tra le nuove regole figurano quelle per lo smaltimento dei materiali obsoleti, di cui disfarsi in modo che “le informazioni contenute non possano mai essere rintracciate”. Due mesi dopo la sede di Wuhan dell’Accademia cinese delle scienze (Cas) ha tenuto un incontro sulla gestione delle informazioni confidenziali. Chen Pingping, allora direttore generale della sede, ha spiegato ai partecipanti come seguire le nuove regole e come maneggiare con cura i documenti classificati, anche quelli del passato. Nell’ottobre successivo si è tenuta invece una sessione di addestramento a laboratorio di Wuhan cui hanno preso parte oltre 60 operatori, tutti membri del Partito comunista cinese. Xiao Gengfu, capo della commissione per la segretezza del laboratorio, ha descritto all’epoca quell’attività come “relativa alla sicurezza del partito e del Paese”. Nel 2018 lo stesso Xiao è stato promosso segretario del partito nel laboratorio, che in Cina costituisce spesso con l’incarico di maggior potere all’interno delle organizzazioni. Ed era Xiao a monitorare le attività di ricerca del laboratorio al tempo dello scoppio della pandemia di coronavirus, come dimostra la sua firma su almeno 15 documenti legati al Covid-19.

L’Istituto di virologia di Wuhan, sia per le sue attività di ricerca sui coronavirus dei pipistrelli sia per la sua vicinanza geografica all’epicentro del primo focolaio, è al centro dell’ipotesi sulla “fuga di laboratorio” come evento all’origine della pandemia. Nelle scorse settimane il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha ordinato alle agenzie d’intelligence di condurre un’indagine che consideri anche tale teoria, che era stata invece accantonata da una precedente inchiesta dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che secondo l’amministrazione Usa sarebbe stata però inficiata dalle reticenze e dalla mancanza di trasparenza da parte della Cina. “Le precauzioni assunte in tema di segretezza – scrive il “Washington Post” – non implicano che il laboratorio abbia qualcosa a che fare con l’origine del virus, o che i progetti classificati nascondano qualcosa di nefasto”. Tuttavia, la mancanza di trasparenza della Repubblica popolare sulle proprie ricerche scientifiche non aiuta a dissipare i dubbi. Secondo Robert Gallo, direttore dell’Istituto di virologia umana all’Università del Maryland, difficilmente nuove indagini potranno escludere o meno l’ipotesi della fuga del virus dal laboratorio di Wuhan. “Non sapremo mai la risposta”, ha commentato.

 

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